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Il ministro Bondi diventa Fund Raiser.

InATTUALITA' su 8 ottobre 2010 a 17:07

“Da domani mi metterò comunque al lavoro per incontrare personalmente i rappresentanti delle maggiori aziende private e pubbliche italiane, allo scopo di chiedere un sostegno. Sottoporrò a ciascuna di esse un elenco di progetti e di istituzioni che abbisognano di un contributo da aggiungere a quello dello Stato per garantire almeno il mantenimento degli attuali programmi di lavoro. Confido in questo modo, con l’aiuto strategico delle aziende private e pubbliche, di contribuire a salvare quella vitalità e creatività della cultura italiana che la scarsità di risorse mette a rischio”. Queste le parole del Ministro Sandro Bondi raccolte in una lettera appello pubblicata oggi sul quotidiano il Foglio.

“Rispetto all’anno in corso -continua Bondi- le risorse per lo spettacolo dal vivo sono scese da 402 milioni di euro a 262 milioni di euro per il prossimo anno. Se le cose non cambiassero, non saremmo in grado di mantenere i livelli minimi di sopravvivenza delle principali attività dello spettacolo”. E si riferisce all’opera lirica, i teatri stabili, il cinema e le orchiestre sinfoniche. Degli altri nessuna traccia…

Nella lettera Bondi ricorda che “in questi due anni abbiamo cercato di sostenere la cultura, nelle note condizioni di crisi della finanza pubblica, ma anche di cominciare a liberarla da un rapporto di eccessiva dipendenza dallo Stato.
Ho in sostanza tentato di coinvolgere nella difesa e nella promozione della cultura la società civile, come hanno richiesto intellettuali e artisti come Alessandro Baricco e Angelo Panebianco. L’obiettivo -prosegue- è quello di accrescere le risorse, perché l’Italia è il Paese che investe di meno nella cultura nonostante abbia il più grande patrimonio del mondo e benché il suo sviluppo dipenda in gran parte dalla propria creatività intellettuale e scientifica”.

Credo che non ci siano commenti. Penso sia più intelligente anticipare uno stralcio di un intervista che proprio oggi stavo sbobinando, fatta alla Dott.ssa Carla Bino curatrice del Festival Fabbrica Brescia – il cantiere delle arti.
CB: Inoltre, consideriamo anche il fatto che stanno cambiando i metodi di produrre e organizzare la cultura in sé. Già sono cambiati negli ultimi vent’anni, dove siamo passati da un’idea della cultura a fondo perduto, di sovvenzione statale, ad invece una idea di cultura come impresa. Ora, c’è tutta una modalità, per esempio, di sponsorizzazione dei privati di quella che è la cultura propriamente detta, come la musica, l’arte, il teatro. Allora, io credo che questa idea di Festival possa far ragionare sul fatto che i privati non possono essere convocati ad una semplice compartecipazione da partner che dà un cadeau, e che esternamente ti aiuta a fare le cose che vuoi tu, ma che piuttosto diventa coproduttore della tua idea. Se tu lo coinvolgi pesantemente come parte in causa e lo fai diventare un protagonista della società civile e gli riconosci questo suo ruolo è evidente che il rapporto cambia, e quindi cambia anche la volontà di fare delle cose insieme. Tutto questo non è niente di nuovo, l’Italia rinascimentale è fatta dai privati, ma non perché i privati fossero più bravi o più sensibili o più ricchi, ma perché essi erano parte della società civile. Oggi, per esempio, un teatro non è un teatro di alcuni, è un teatro di tutti; se si riesce far condividere questa cosa, il privato lo sente suo e ne partecipa perché è “affare mio, mi riguarda e ne sono elemento produttivo”.

Continua Carla Bino:

“Ritorniamo quindi al discorso di prima sul teatro della comunità; Fabbrica, può essere inteso con un progetto di teatro di comunità nel senso in cui si va a ricostruire un corpo sociale e un corpo comunitario dove tutti fanno la loro parte. Però tutti sono chiamati a fare parte di questo corpo. Per cui l’imprenditore non è escluso dalla produzione culturale anzi dimostra come la sua attività sia produzione culturale e in un’altra circostanza può entrare a far parte della produzione culturale quella più specificatamente detta, non come esterno ma come produttore a fianco delle altre istituzioni e dei cittadini. E’ un meccanismo pre-settecentesco, pre-borghese, un meccanismo tipico delle società medievale dove c’era una realtà orizzontale che badava e lavorava per se stessa aggregandosi. Nel momento in cui interviene la dimensione verticale dello stato, che taglia completamente la dimensione orizzontale, noi abbiamo delegato. Oggi, in questo momento di grande disorientamento, è importante riacquistare il senso della responsabilità: in qualità di cittadino la produzione economica mi riguarda, voglio andare a vedere, entro in una fabbrica e vedo lo straordinario capitale che ho, anche in termini di sapere e di bellezza. Bene, l’imprenditore può entrare nel meccanismo della produzione, poniamo dell’opera lirica o del teatro di prosa, perché è qualcosa che lo rappresenta e di cui è responsabile”.

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